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mercoledì, 19 dicembre 2007
DI VITO PUNZI
P er ricordare i cento anni dalla nascita della scrittrice svedese Astrid Lindgren (1907-2002), nei giorni scorsi in Italia si è letto e parlato di lei come dell’inventrice di una letteratura per l’infanzia che ancor oggi ha la propria ragione d’essere perché critica rispetto al modello tradizionale di famiglia: l’anticonvenzionalità e l’insubordinazione del suo personaggio più noto, Pippi Calzelunghe, sarebbero, secondo le odierne lettrici 'emancipate' italiane alla Concita De Gregorio, i tratti con i quali la Lindgren voleva lucidamente proporre «modi di essere diversi da quello tradizionalmente imposto e codificato». Si vuol forse intendere che la scrittrice volesse mettere in discussione quella prima, complessa realtà educativa e sociale che è la famiglia?
O forse la si vuol abbinare ad un modello che concepisce come indifferente la presenza o meno di un padre e di una madre accanto al proprio bambino? La Lindgren non ha nulla che fare con tutto questo. Proviamo a ricordare alcuni tratti della sua biografia, insieme ad alcune sue dichiarazioni mai riportate in Italia.
da Avvenire.it
Dopo la nascita della sua Karin, nel 1937, la scrittrice svedese decise di trascorrere alcuni anni da casalinga, proprio per essere accanto a sua figlia.
Così commentava lei stessa alcuni decenni dopo quella scelta: «Una donna ha il diritto di avere un proprio lavoro, di essere autonoma e di guadagnare denaro, ma se ha figli dovrebbe amarli al punto di decidere di passare con loro almeno i primi anni della loro vita. Non dovrebbe pensare: 'che peccato, essere così legata ai propri figli!'». La stessa idea del personaggio Pippi le venne nel 1941, assistendo la figlia, costretta a letto da una malattia.
In Germania, dove ancor oggi è una della scrittrici più lette (a lei sono dedicate almeno un centinaio di scuole), il successo è stato enorme, fin dall’uscita del primo libro dedicato a Pippi, pubblicato nella Repubblica Federale nel lontano 1949. Un successo che pure, in varie epoche, ha pagato pesanti dazi.
Cominciarono i sessantottini, quando nel contesto delle spietate critiche alla fiaba (un genere troppo lontano dalla realtà, si diceva) qualcuno arrivò ad accusare la svedese di trasformare il «bisogno di protesta proprio dei bambini in fantasticherie favolistiche, ingabbiandolo nelle pagine dei suoi libri».
In tempi di cupa difesa dell’ideologia 'realista' un mondo come quello di Bullerby non poteva essere tollerato.
Ancor più violenti furono gli attacchi subiti dalla Lindgren nel 1978, quando si decise di assegnarle il prestigioso Premio dei Librai Tedeschi per la Pace. In una Germania scossa dagli omicidi compiuti dai terroristi della RAF (le brigate rosse tedesche) poteva essere tollerata solo una letteratura per l’infanzia che fosse intrisa di forte critica sociale. Per questo motivo i media dominanti arrivarono a chiedere che almeno non le fosse concesso di tenere il discorso di ringraziamento, com’era ed è tuttora secondo protocollo, nella Paulskirche di Francoforte.
Qualcuno tenne duro e la svedese poté così pronunciare la sua orazione, che intitolò significativamente «Mai con la violenza». «Da dove partire?» si chiedeva allora la Lindgren. E quale poteva essere la sua risposta se non: dai bambini. Eppure non c’era nulla di ingenuo in quel suo porre al centro i piccoli. La sua infatti, alla faccia delle letture 'anarchiche' che si sono volute applicare alla sua opera, era anzitutto una preoccupazione educativa: «Un bambino che riceva amore dai propri genitori», così un passo dal suo discorso del 1978, «e che a sua volta impari ad amarli ne guadagna un rapporto amorevole rispetto al suo ambiente e quest’atteggiamento non potrà non accompagnarlo per l’intera sua esistenza».
Nessun cedimento dunque, nessuna delega a terzi (Stato, Partito o altro): La famiglia era per lei il luogo del «calore umano», della «sapienza», della «disciplina». Parte integrante della vita familiare erano per lei anche le regole da rispettare: «Un’educazione libera, non autoritaria», proseguiva la Lindgren nel suo intervento, «non significa che si debbano abbandonare i figli, che si debba concedere loro di fare ciò che vogliono. Non significa che debbano crescere senza norme, anche perché sono essi stessi a chiederle». Sarà un caso che da anni, in Italia, le sue opere risultino pressoché introvabili?
Molti l’hanno ricordata come il modello della ribellione contro l’autorità, ma la biografia della famosa autrice di libri per l’infanzia rivela il contrario
FONTE
giovedì, 11 ottobre 2007

di Giulia Galeotti - da Avvenire del 4 ottobre 2007
Fino a un certo punto quella che ha condotto al dramma dell’Ospedale San Paolo di Milano poco più di un mese fa è stata una vicenda "normale". Stando alla mentalità corrente, infatti, prima che l’aborto terapeutico uccidesse il feto sano tutto era avvenuto seconde le regole. Com’è noto, appresa la felice notizia della duplice gravidanza, la signora trentottenne (già madre di un bambino) si era recata in ospedale per sottoporsi agli esami di diagnosi prenatale d’accordo con il marito.
Seppure qualche voce ancora si leva, è ormai patrimonio condiviso la prassi secondo cui in presenza di quella che tecnicamente viene definita "fecondità tardiva", collocata cioè dopo i 35 anni, viene condotta una serie di accertamenti di routine per vedere se il feto sia sano. La "sanità" è infatti pacificamente diventata l’idolo del nostro tempo: il "purché-sia-sano" ha sostituito l’ormai politicamente scorretto augurio di un figlio maschio.
Viviamo in un mondo che impazzisce per gli esami medici (in Ultime notizie dalla famiglia Daniel Pennac fa rivolgere un saluto particolare al feto protagonista del libro: «Si trattava dei tuoi, di esami. Non hai neanche il calibro di un fagiolo messicano e già ti tartassano! Tanto vale che ti ci abitui subito, sarai esaminato per tutta la vita. . . »). In presenza di donne incinte che abbiano superato i 35 anni, poi, la pazzia diventa autentica ossessione: gli esami per vedere e prevedere sono il nuovo, imprescindibile imperativo.
Così, con assoluto candore, qualche tempo fa una mia amica mi ha detto con adamantina certezza che «dopo i 40 anni l’amniocentesi è obbligatoria». V’è decisamente da riflettere, se una persona informata e attenta a quel che succede nel mondo come questa amica – persona di fede e impegnata nel sociale – è ormai serenamente convinta dell’esistenza di una (presunta) "amniocentesi di Stato", moralmente obbligatoria. Lascia esterrefatti non tanto la falsa informazione in sé quanto il suo rivelare l’adesione passiva delle future mamme a una visione del mondo difficile da condividere. Perché il fatto di dare per scontato che la legge e la medicina di questo Paese impongano a madri a rischio di figli a rischio un esame (per altro rischiosissimo) che valuti quel rischio rivela una spaventosa cultura (o meglio in-cultura) della vita.
Mettiamo però che introdurre un ago nel sacco amniotico non sia pericoloso, mettiamo anche che questo trauma non rischi di uccidere il feto (o di uccidere il feto sano), mettiamo persino che non finisca col causare quel rischio che vorrebbe invece evitare: detto tutto questo, cosa sarebbe l’"amniocentesi di Stato"? Un legislatore, un giudice e un medico che decidono e impongono quale sia la vita che è degna di essere vissuta. È inutile dirlo, ma va detto: in Europa l’89% di donne sceglie di abortire se l’amniocentesi rivela che il feto è affetto da sindrome di Down (il dato è stato fornito da Umberto Veronesi in un’intervista all’Unità il 26 aprile 2005). Ma davvero possiamo rinunciare a tentare di capire cosa sia un essere umano, o meglio, cosa faccia di un essere "un essere umano"?
Povera la mia amica messa alla berlina. . . Non è colpa sua: tutto induce a credere che questo atteggiamento sia – debba essere – la norma. Alcuni specifici test di screening, come l’amniocentesi appunto, sono gratuiti superati i 35 anni; i mass-media ribollono di statistiche, dati e pareri di illustri medici che diffondono timori indicando proprio i 35 anni come l’età-soglia a partire dalla quale i rischi di malformazione del feto sarebbero particolarmente alti.
Pur nel tetro panorama in cui ci troviamo, è rinfrancante che il dubbio inizi almeno timidamente a serpeggiare. La rivista online della Società italiana di statistica, ad esempio, il 28 luglio ha pubblicato un articolo molto interessante. Partiva dalla constatazione che, per i motivi più diversi, sempre più donne arrivano ai 35 anni senza figli o con un solo figlio, e che sempre più coppie dichiarano di rinunciare a una gravidanza pur desiderandola per il timore che il feto risulti poi affetto da qualche malformazione. Ciò si spiega con la vulgata, anche e soprattutto medica, che indica i famosi 35 anni come l’età a partire dalla quale le gravidanze sono particolarmente a rischio. «Supponiamo allora – si legge – di essere una donna di 35 anni che desidera avere un figlio e che vuole informarsi sul rischio che possa nascere un bambino affetto dalla sindrome di Down. Immaginiamo che faccia una ricerca su Internet e consulti alcuni siti autorevoli. Ne prendiamo due come esempio». Ebbene, dopo aver analizzato sia le pagine web della Rai curate dal Segretariato Sociale sia il sito americano About Pregnancy (afferente a The New York Times Company) «proviamo a fare un po’ di conti»: il risultato è che i dati presentati non giustificano la soglia limite dei 35 anni.
Il punto più interessante dell’articolo però è quello in cui si fa il passo ulteriore di chiedersi come debba essere valutato questo rischio: dire che a 35 anni il rischio «è stimato essere inferiore al 3 per mille» significa richiamare un valore alto o basso? Ebbene, si dà il caso che tale rischio equivalga alla probabilità per una 35enne di morire prima di arrivare a compiere il 40esimo compleanno. Eppure di questo secondo rischio nessuno si preoccupa (nessun medico consiglia specificamente a una persona che arriva ai 35 anni di cercare di evitare comportamenti a rischio e aumentare visite e controlli per ridurre il rischio di non arrivare ai 40 anni). «Una donna che arriva a 35 anni dovrebbe quindi pensare che se considera molto basso (ed è considerato tale dal suo medico) il rischio di non arrivare ai 40 anni, allora è altrettanto basso è anche il rischio di avere (nel caso di gravidanza) un figlio Down. A 38 anni il rischio sale attorno al 5 per mille. È alto? È comunque inferiore alla probabilità di una 38enne di morire prima del 45esimo compleanno. Perché allora molte donne che arrivano a 35 anni cominciano a diventare particolarmente titubanti verso la possibilità di avere un figlio, pur desiderandolo? Non vi è forse un eccesso di preoccupazione alla quale vengono indotte da parte di medici (e mass media)?».
L’articolo si conclude così con un’osservazione di stretto buon senso: non sarebbe «più ragionevole ed equilibrato (. . . ) un messaggio del tipo: "Donne 35enni fate pure figli se li desiderate. Il rischio di malformazione congenita c’è, è vero, ma rimane comunque molto basso"?». Evidentemente no: ragione ed equilibrio non sembrano andare di moda.