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sabato, 04 novembre 2006
5 novembre 2006
XXXI DOMENICA DEL
TEMPO ORDINARIO / B
Liturgia della Parola: Ger 31,7-9; Sal 125,1-6; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52


«QUAL È IL PRIMO DI TUTTI I COMANDAMENTI?»
QUESTA è la domenica dei "due amori". L’amore di Dio e del prossimo. Tutta la nostra vita si gioca e si misura sull’amore. Bisogna dire però che per amare Dio e il prossimo, il cristiano deve avere una base forte, quella della fede e dell’ascolto dell’Unico Dio e Signore, che si è rivelato in Cristo. Senza credere in Dio, come Unico Dio e al suo amore misericordioso, non
c’è amore cristiano.
Il cristiano è capace d’amore vero e duraturo, perché il suo amare viene dopo Dio e proviene da quello di Dio. L’amore che nasce dall’uomo senza Dio, è un amore finito. Solamente Dio e la presenza del Figlio suo Gesù, "incontrato" nell’esistenza umana, colorano l’amore umano indelebilmente d’infinito. Benedetto XVI, nella sua prima Enciclica Deus caritas est, ha voluto sottolineare tutto ciò, quando ha riportato il versetto della prima lettera di Giovanni: «Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto». Il Papa afferma che questa è «una formula sintetica dell’esistenza cristiana». Cristiana e non umana, perché è rivolta a chi si confronta continuamente con la "Persona" del Cristo, dando alla propria vita «una direzione decisiva»: verso Dio prima e il prossimo dopo.Ambrosio Setti Carlo
Alla luce dell’enciclica su "Dio è amore"
PREGARE SIGNIFICA ASCOLTARE
COSA devo fare per pregare?, domanda un discepolo al maestro che, «alzatosi, aprì le braccia verso il cielo, e le sue dita divennero come dieci fiaccole». «Se vuoi — gli disse — diventa tutto di fuoco» (Giuseppe di Panefisi, 7). Nella preghiera l’agire dell’uomo (le braccia, le dita) viene trasformato dall’incontro con l’amore di Dio e reso capace di amare come da Dio si percepisce amato.
Nella tradizione biblica è inseparabile il legame tra la preghiera e l’amore: «Ascolta Israele: Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze» (Dt 6,4-5). Gesù stesso riprenderà questo testo, associandolo al comandamento dell’amore per il prossimo.
Pregare significa ascoltare, e l’amore nasce dall’ascolto perché, come ricorda Benedetto XVI nella sua prima enciclica, è insieme comandamento e dono: «Non è più comandamento dall’esterno che ci impone l’impossibile, bensì un’esperienza dell’amore donata dall’interno» (n. 18). È nella relazione con il mistero di Dio che il suo amore diviene il nostro stesso amore.
Questa relazione che fruttifica nell’amore è la verità più intima e segreta della preghiera. Non a caso nella Regola di san Benedetto l’impegno a non anteporre nulla all’amore di Cristo si declina nell’impegno a non anteporre nulla alla preghiera.
Fr. Luca Fallica

Il metodo per proteggere ciò che è essenziale nella vita
padre Raniero Cantalamessa
XXXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (05/11/2006)
Vangelo: Mc 12,28-34 
Un giorno si accostò a Gesù uno degli scribi, chiedendogli quale fosse il primo comandamento della legge e Gesù rispose citando le parole della Legge: "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze".che abbiamo sentito e facendo di esse il "primo dei comandamenti". Però Gesù aggiunse subito che c'è un secondo comandamento simile a questo ed è: "Amerai il prossimo tuo come te stesso".
Per capire il senso della domanda dello scriba e della risposta di Gesù, bisogna tener conto di una cosa. Nel giudaismo del tempo di Gesù c'erano due tendenze opposte. Da una parte c'era la tendenza a moltiplicare senza fine i comandamenti e i precetti della Legge, prevedendo norme e obblighi per ogni minimo dettaglio della vita. Dall'altra si avvertiva il bisogno opposto di scoprire, al di sotto di questa congerie asfissiante di norme, le cose che veramente contano per Dio, l'anima di tutti i comandamenti.
La domanda dello scriba e la risposta di Gesù si inseriscono in questa linea di ricerca dell'essenziale della legge, per non disperdersi in mille altri precetti secondari. Ed è proprio questa lezione di metodo che dovremmo anzitutto imparare dal Vangelo odierno. Ci sono cose nella vita che sono importanti, ma non urgenti (nel senso che se non le fai, apparentemente non succede nulla); viceversa, ci sono cose che sono urgenti ma non importanti. Il nostro rischio è di sacrificare sistematicamente le cose importanti per correre dietro a quelle urgenti, spesso del tutto secondarie.
Come premunirci contro questo pericolo? Una storia ci aiuta a capirlo. Un giorno, un vecchio professore fu chiamato come esperto per parlare sulla pianificazione più efficace del proprio tempo ai quadri superiori di alcune grosse compagnie nordamericane. Decise allora di tentare un esperimento. In piedi, davanti al gruppo pronto a prendere appunti, tirò fuori da sotto il tavolo un grosso vaso di vetro vuoto. Insieme prese anche una dozzina di pietre grosse quanto palle da tennis che depose delicatamente una ad una nel vaso fino a riempirlo. Quando non si poteva aggiungere più altri sassi, chiese agli allievi: "Vi sembra che il vaso sia pieno?" e tutti risposero "Si!". Attese qualche istante e aggiunse: "Siete sicuri?"
Si chinò di nuovo e tirò fuori da sotto il tavolo una scatola piena di breccia che versò accuratamente sopra le grosse pietre, muovendo leggermente il vaso perché la breccia potesse infiltrarsi tra le pietre grosse fino al fondo. "È pieno questa volta il vaso?", chiese. Divenuti più prudenti, gli allievi cominciarono a capire e risposero: "Forse non ancora". "Bene!", rispose il vecchio professore. Si chinò di nuovo e tirò fuori questa volta un sacchetto di sabbia che con precauzione versò nel vaso. La sabbia riempì tutti gli spazi tra i sassi e la breccia. Quindi chiese di nuovo: "È pieno ora il vaso?". E tutti senza esitare risposero: "No!". Infatti rispose il vecchio e, come si aspettavano, prese la caraffa' che era sul tavolo e ne versò l'acqua nel vaso fino all'orlo.
A questo punto egli alza gli occhi verso l'uditorio e domanda: "Quale grande verità ci mostra questo esperimento?". Il più audace, pensando al tema del corso (la pianificazione del tempo), rispose: "Questo dimostra che anche quando la nostra agenda è completamente piena, con un po' di buona volontà, si può sempre aggiungervi qualche impegno in più, qualche altra cosa da fare". "No, rispose il professore; non è questo. Quello che l'esperimento dimostra è un'altra cosa: se non si mettono per primo le grosse pietre nel vaso, non si riuscirà mai a farvele entrare in seguito. Un attimo di silenzio e tutti presero coscienza dell'evidenza dell'affermazione. Quindi proseguì: "Quali sono le grosse pietre, le priorità, nella vostra vita? La salute? La famiglia? Gli amici? Difendere una causa? Realizzare qualcosa che vi sta a cuore? La cosa importante è mettere queste grosse pietre per prime nella vostra agenda. Se si da la priorità a mille altre piccole cose (la breccia, la sabbia), si riempirà la vita di sciocchezze e non si troverà mai il tempo per dedicarsi alle cose veramente importanti. Dunque non dimenticate di porvi spesso la domanda: "Quali sono le grosse pietre nella mia vita?" e di metterle al primo posto nella vostra agenda". Poi con un gesto amichevole il vecchio professore salutò l'uditorio e abbandonò la sala.
Alle "grosse pietre" menzionate dal professore –la salute, la famiglia, gli amici...- bisogna aggiungerne due altre, che sono le più grosse di tutte: i due più grandi comandamenti: amare Dio e amare il prossimo. Veramente, amare Dio, più che un comandamento, è un privilegio, una concessione. Se un giorno lo scoprissimo, non cesseremmo di ringraziare Dio per il fatto che ci comanda di amarlo e non vorremmo far altro che coltivare questo amore.
Un unico amore: Dio e il prossimo
don Roberto Rossi
XXXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (05/11/2006)
Vangelo: Mc 12,28-34
Nel film "Gesù di Nazaret" c'è una scena molto bella. Al mattino, davanti alla porta di casa, rivolti verso il sole, Gesù, ancora ragazzo, con Maria e Giuseppe, pregano con quella preghiera che ogni pio israelita recitava cinque volte al giorno e che ci è stata riportata oggi nella prima lettura e nel vangelo: "Ascolta Israele, il Signore è il solo Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze". E' una delle parti più belle dell'Antico Testamento. Certamente questa preghiera, se ripetuta e assimilata, cambia il cuore e la vita. Secondo il vangelo di oggi, Gesù riprende questa indicazione e la completa, la fa diventare il "suo" comandamento, il comandamento nuovo.
Il primo comandamento è – dice Gesù – "amerai il Signore con tutto il cuore... e il secondo è simile al primo: "Amerai il prossimo tuo come te stesso". Dove sta la novità che porta Gesù?
Il cristianesimo, la vera religione di Gesù, è la religione dell'amore, non della paura; della fiducia, non del timore; del cuore e non delle pratiche esteriori. La religione dell'amore: scopriremo sempre di più che Dio ci ama di un amore infinito, pieno di tenerezza, di bontà, di misericordia, di fiducia. E da questa consapevolezza potrà derivare tutto il resto. Dio è Amore; anche noi siamo chiamati a diventare amore, pur nel nostro piccolo e con tutti i nostri limiti.
Ripetutamente Gesù ci annuncia il comandamento dell'amore che è l'essenziale del vangelo, la cosa più bella, più grande, l'unica che dà senso e pienezza alla vita: l'amore a Dio e l'amore al prossimo.
L'amore a Dio e l'amore al prossimo sono così legati, da essere una cosa sola. "Non si può amare Dio, che non si vede, se non si ama il prossimo che si vede. Se uno dice di amare Dio e non ama il prossimo, è un bugiardo". Gesù ritiene fatto a Sè, tutto ciò che facciamo al prossimo: "Qualunque cosa avete fatto a uno di questi, l'avete fatto a me".
E Gesù, nella pienezza della sua missione, non si accontenta di dire: Ama il prossimo come te stesso, ma invita ad amare secondo la misura del suo Cuore: "Amatevi gli uni gli altri, come Io vi ho amati". E Lui ci ha amati offrendo tutto se stesso per noi, fino al sacrificio della vita. Questo è "il mio comandamento", è "il comandamento nuovo".
Dice il Vangelo: Amare Dio e il prossimo è l'unica cosa importante, l'unica cosa che vale; questa vale più di tutto il resto.
E' abbastanza facile parlare di amore. Ma l'amore non lo si dimostra con le parole, ma coi fatti. Anzi dobbiamo imparare a parlare poco e a compiere molte azioni di amore vero, generoso, disinteressato, verso tutti, con particolare attenzione verso le persone che hanno più bisogno, anche quelle che non ci sono simpatiche o verso le quali non ci sentiamo portati. Gesù dirà di amare perfino i nemici... "perché se amate coloro che vi amano, che merito ne avete?"
Se vogliamo intraprendere la strada dell'amore, non bisogno riempirsi la bocca di belle parole, ma riempire la vita di fatti concreti. Si tratta di prendere coscienza che, nonostante tutto ciò che ci ha detto Gesù e che noi stessi conosciamo quasi a memoria, è così facile sbagliare e peccare contro la carità e l'amore del prossimo. E' soprattutto verso il prossimo che noi siamo peccatori. Basta pensare le mancanze che acciamo con le persone che ci sono più vicine, in casa nostra, nel lavoro, nelle relazioni con gli altri: egoismo, parole, giudizi, critiche... Basta pensare anche ai peccati tra noi cristiani: le divisioni, le critiche, i personalismi, le incomprensioni... In fondo anche le grandi divisioni tra le varie denominazioni cristiane sono peccati contro la carità, contro l'amore. E dire che Gesù ci aveva raccomandato solo questo. Lo aveva posto come distintivo dei cristiani. "Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri". Non basta allora la preghiera, la messa, la comunione... La preghiera e la messa sono necessarie per diventare capaci di amare il prossimo. Questo ci porta ad essere umili, a chiedere perdono, a essere molto concreti nei nostri propositi.
E' possibile amare veramente? Sì è possibile! Ed è la cosa più bella, più facile, più vera: basta provare ogni giorno. Gesù ci dà l'esempio... Gesù ci dà il suo Spirito che è la forza dell'amore vero nel nostro cuore.
Abbiamo l'esempio di tanti santi. Tutti i santi sono santi della carità sia materiale, sia spirituale. S. Teresina amava i missionari e si sacrificava per loro, amava i peccatori e si metteva al loro posto davanti a Dio. S. Massimiliano Kolbe ha dato la vita per salvare un altro. Madre Teresa di Calcutta si è messa sempre alla ricerca dei più poveri e abbandonati. Ma anche noi possiamo vivere l'amore: basta pensare alle mamme e ai papà accanto ai loro figli, le famiglie accanto ai propri anziani, i cristiani accanto a chi nella società è malato, povero, emarginato o solo. Ciascuno di noi in questo momento e in tutta questa giornata può certamente offrire a tante persone atti di bontà, di generosità, di incoraggiamento, di aiuto, sia morale che materiale. E tutto lo vogliamo fare col cuore, con disinteresse, anche con sacrificio, ma sempre con amore sincero. Alla fine della vita, saremo giudicati sull'amore. Ma già ora sulla terra sappiamo che la cosa più bella è amare Dio e il prossimo: questo ci fa persone di luce, di gioia, di pace; persone che fanno trasparire anche dal volto qualcosa della bontà di Dio. E la gente ha bisogno di questo!

venerdì, 27 ottobre 2006
Il predicatore del Papa presenta uno “strumento” di misericordia al servizio dei fedeli

ROMA, venerdì, 27 ottobre 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. – predicatore della Casa Pontificia – alla liturgia della prossima domenica, XXX del tempo ordinario.
* * *
PRESO TRA GLI UOMINI E COSTITUITO PER GLI UOMINI
XXX Domenica del tempo ordinario (B)
Geremia 31, 7-9; Ebrei 5, 1-6; Marco 10, 46-52
Il brano evangelico narra la guarigione del cieco di Gerico Bartimeo… Bartimeo è uno che non si lascia sfuggire l’occasione. Ha sentito che passava Gesù, ha compreso che era l’occasione della sua vita e ha agito con prontezza. La reazione dei presenti (“lo sgridavano perché tacesse”) mette in luce la inconfessata pretesa dei “benestanti” di tutti i tempi che la miseria resti nascosta, non si mostri, non disturbi la vista e i sonni di chi sta bene.
Il termine “cieco” si è caricato di tanti sensi negativi che è giusto riservarlo, come oggi si tende a fare, alla cecità morale dell’ignoranza e dell’insensibilità. Bartimeo non è cieco, è solo un non-vedente. Con il cuore ci vede meglio di tanti altri intorno a lui, perché ha la fede e nutre la speranza. Anzi, è questa vista interiore della fede che l’aiuta a recuperare anche quella esteriore delle cose. “La tua fede ti ha salvato”, gli dice Gesù.
Mi fermo qui nella spiegazione del vangelo perché mi preme sviluppare un tema presente nella seconda lettura di questa domenica, riguardante la figura e il ruolo del sacerdote. Del sacerdote si dice anzitutto che è “preso di tra gli uomini”. Non dunque un essere sradicato o calato dal cielo, ma un essere umano che ha alle spalle una famiglia e una storia come tutti gli altri. “Preso di tra gli uomini” significa anche che il sacerdote è fatto della stessa pasta di ogni altra creatura umana: con i desideri, gli affetti, le lotte, le esitazioni, le debolezze di tutti. La Scrittura vede in questo un vantaggio per gli altri uomini, non un motivo di scandalo. In tal modo egli sarà infatti più preparato ad avere compassione, essendo rivestito anche lui di debolezza.
Preso di tra gli uomini, il sacerdote è poi “costituito per gli uomini”, cioè ridonato ad essi, posto a loro servizio. Un servizio che tocca la dimensione più profonda dell’uomo, il suo destino eterno. San Paolo riassume il ministero sacerdotale con una frase: “Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” (1 Cor 4,1). Questo non significa che il sacerdote si disinteressa dei bisogni anche umani della gente, ma che anche di questi si occupa con uno spirito diverso da quello dei sociologi e dei politici. Spesso la parrocchia è il più forte punto di aggregazione, anche sociale, nella vita di un paese o di un quartiere.
Questa che abbiamo tracciato è una visione in positivo della figura del sacerdote. Non sempre, sappiamo, è così. Ogni tanto le cronache ci ricordano che c’è anche un’altra realtà, fatta di debolezza e infedeltà…Di essa la Chiesa non può fare altro che chiedere perdono. C’è però una verità che va ricordata a parziale consolazione della gente. Come uomo, il sacerdote può sbagliare, ma i gesti che compie come sacerdote, all’altare o in confessionale, non risultano per questo invalidi o inefficaci. Il popolo non è privato della grazia di Dio a causa dell’indegnità del sacerdote. È Cristo infatti che battezza, celebra, perdona; lui è solo lo strumento.
Mi piace ricordare, a questo proposito, le parole che pronuncia prima di morire il “Curato di campagna” di Bernanos: “Tutto è grazia”. Anche la miseria del suo alcolismo gli appare grazia, perché lo ha reso più misericordioso verso la gente. A Dio non preme tanto che i suoi rappresentanti in terra siano perfetti, quanto che siano misericordiosi.
Codice: ZI06102702
Data pubblicazione: 2006-10-27

http://www.zenit.org/italian/visualizza.php?sid=9514